

Aneddoti e riflessioni, Gerry Scotti conquista tutti con humor e pavesità
Tra ricordi e inviti alla memoria, all’Alfabeto del Futuro il volto tv sottolinea le sue origini: «In disco mi spacciavo per lo Scotti del riso per “cuccare” le ragazze»
PAVIA. Sorridente, pronto alla battuta, innamorato di Pavia e della sua Camporinaldo, dov’è nato. Gerry Scotti (ritratto nella foto insieme al giornalista Luca Dondoni) ha strappato molti applausi e altrettante risate in Aula Magna al folto pubblico presente per La forza della terra: l’appuntamento pavese di Alfabeto del futuro. Ma ha anche regalato profondità di pensiero e scampoli di quella saggezza ereditata dai nonni, che lo hanno aiutato a crescere – come ha detto lui stesso – tra i profumi più genuini del territorio. «Da parte di padre sono nipote di contadini – ha raccontato – mentre i nonni materni erano panettieri. Papà ha fatto parte di quella generazione che ha preferito fare l’operaio a Milano piuttosto che prendere ordini dai genitori nei campi. Perché allora funzionava così».

La vigna di famiglia si chiamava Pumgranin – ha ricordato Gerry Scotti – perché ogni settore era identificato dall'albero piantato. E il nonno aveva scelto il melograno. Proprio lì, in quella vigna, si sono rotte le acque della mamma: «Corse ad avvisare mio papà e il nonno – ha detto ridendo il conduttore – ma loro non capivano. Lei gridava “le acque, le acque” e loro pensavano che stesse chiedendo se avevano sete. Poi è svenuta e allora l’hanno caricata sul carretto e portata a casa. Sei ore dopo – era il 7 agosto 1956 – sono nato io, sul tavolo della cucina. Ecco perché dico sempre che il mio rapporto con la tavola è cominciato quando sono venuto al mondo, e da allora non si è mai interrotto».
Dal vino al riso
Aneddoto che spiega pure l’origine del nome dato al suo rosato, visto che Gerry Scotti collabora dal 2016 con le cantine Giorgi, nell’Oltrepo Pavese, appunto per una linea di vini a sua firma: Pumgranin, in onore proprio della vigna in cui si sono rotte le acque alla mamma. E poi gli altri due vini: il rosso Regiù, dal nome del nonno e il bianco Mesdì. «Perché è un nome che capiscono persino nel Sud Italia – ha commentato col sorriso Gerry Scotti – ringrazio Fabiano Giorgi per la pazienza che ha avuto con me. Quando ho deciso che volevo provare a produrre il vino, pensavo di riuscire a fare di testa mia, ma lui mi ha spiegato che c'erano da seguire regole, modi e tempi. Abbiamo anche litigato qualche volta. Lui produce vini troppo buoni, a me piacciono quelli da consumare così, in ogni momento della giornata».

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Dal vino al riso, a quell'omonimia tra il suo cognome e la Riso Scotti, che è stata la base di una lunga collaborazione che è prima di tutto amicizia con Dario Scotti. «Ammetto che trent'anni fa quando frequentavo i locali e le discoteche di Pavia le ragazze mi chiedevano se fossi figlio di quello del riso – ha spiegato Gerry – e io per far colpo rispondevo di sì. Poi un giorno ho incontrato il figlio vero, Dario, che mi ha detto: “Ecco perché non cuccavo mai io, perché tutti credevano a te". Siamo diventati amici partendo da lì». Ma al di là delle battute Gerry Scotti è andato a ruota libera – incalzato dalle domande del giornalista Luca Dondoni – anche sul tema Alfabeto del futuro. E lì si è fatto serio.
«L'esegesi del futuro passa dalla rispettosa riscoperta del nostro passato – ha commentato –. L'alfabeto del futuro c'era già nei geroglifici degli egizi e nelle civiltà mesopotamiche, in chi sapeva leggere gli astri e costruire una piramide. È quando manca il rispetto per il passato che combiniamo pasticci: basti pensare alle vittime della recente esondazione del fiume Misa nelle Marche».
Il futuro della televisione
L'ultima domanda ha sollecitato il conduttore: come vedi il futuro del tuo settore, la televisione?. Questa la risposta: «Inizialmente facevo la radio e quando ho scelto la televisione mi dicevano tutti che non avrebbe avuto futuro. Figurarsi i quiz... e invece siamo ancora qui. Il modo giusto per progettare il futuro è farne parte, senza mai rinnegare il passato. Io non l'ho mai fatto».
Poi un’ode alla provincia: «Sono nato in provincia e lo dico con vanto, senza alcuna sudditanza nei confronti di chi è nato in una grande città. Perché senza un legame forte con le proprie radici non si può guardare al futuro e noi abbiamo un territorio meraviglioso». —

