

Il grido di dolore
Diserbanti, gasolio e concimi, agricoltori in ginocchio: «Dal riso solo 400 euro al mese»
Andrea Penati, 25 anni, gestisce con la famiglia un’azienda in Lomellina. Ecco il racconto (con le cifre alla mano) di come si fatica a tirare avanti
Villa Biscossi Oggi un’azienda dedicata alla risicoltura lavora in perdita. La storia è raccontata in modo minuzioso, elencando entrate e uscite relative al 2025, da Andrea Penati, 25 anni, affiancato dal padre Paolo, 60, e dal fratello Marco di 23. «Dopo 105mila euro di entrate in un anno – s’interroga Andrea – quanto resta davvero a un’azienda risicola? E a chi mi chiede perché non cerchiamo un altro lavoro, rispondo che la terra rappresenta comunque una sicurezza per il futuro, nella speranza che la situazione migliori».
La loro azienda agricola copre circa 25 ettari, poco meno di 400 pertiche milanesi, nelle campagne attorno a Villa Biscossi, minuscolo paese fra Lomello, Mede e Pieve del Cairo. Paolo Penati conduceva un’azienda in affitto a Peschiera Borromeo, nel Milanese, che ha deciso di lasciare per acquistare terreni in Lomellina.
«Affrontiamo quotidianamente le difficoltà e le responsabilità che comporta la gestione di un’azienda agricola – prosegue Andrea – Così, fra le altre cose, ho preso come riferimento i risultati economici relativi alla campagna agricola 2025 mostrando le entrate, le principali spese di produzione e ciò che rimane alla fine dell’anno. Su YouTube il mio video ha raggiunto 262mila visualizzazioni, segno che il problema è molto sentito». Andrea si è chiesto quanto guadagna realmente un agricoltore. Nel 2025 l’azienda Penati ha incassato complessivamente 105.395 euro, tra cui 90.050 euro derivanti dalla vendita del riso (varietà Selenio e Araldo) e 15.345 euro di contributi della Politica agricola comune (Pac).
«La cifra, a prima vista, potrebbe far pensare a un’attività redditizia, ma la realtà è molto diversa», avverte Andrea – Le spese considerate nel nostro conto economico hanno raggiunto 100.519 euro, comprendendo sementi, fertilizzanti, trattamenti fitosanitari, carburante e altri costi necessari alla produzione».
Tra le voci più rilevanti rientrano il diserbo, che da solo ha comportato una spesa di 24.574 euro, e il gasolio, che alimenta l’essiccatoio e il pozzo per l’acqua, con un costo di 17.467 euro, cui si aggiungono 8.353 euro per le sementi e 8.538 euro per i concimi. Al consorzio Est Sesia sono andati 2.166 euro per l’irrigazione e 3.560 euro per la polizza assicurativa contro la grandine.
«Il risultato finale è un residuo di appena 4.876 euro in un intero anno – aggiunge – Ed è importante precisare un aspetto fondamentale: questa cifra non rappresenta l’utile netto effettivo della famiglia perché nel calcolo non sono pienamente calcolati il nostro lavoro, gli ammortamenti dei macchinari e alcune spese di manutenzione. C’è poi un altro dato che ritengo importante: senza i 15.345 euro di contributi Pac, il risultato del nostro conto sarebbe stato negativo per 10.469 euro. Questo evidenzia quanto, nel nostro caso, i contributi europei incidano sulla sostenibilità economica dell’attività».
Un ulteriore elemento riguarda il rapporto tra costi di produzione e prezzi all’origine. Nel caso dei Penati, il costo medio calcolato per produrre un chilogrammo di riso è stato di circa 59,5 centesimi a fronte di un prezzo medio di vendita di circa 53,3 centesimi al chilogrammo.
«Il valore riconosciuto al prodotto non è stato sufficiente, da solo, a coprire tutti i costi considerati – dice Andrea – Il mio obiettivo non è lamentarmi, ma far conoscere una realtà che spesso rimane invisibile a chi non lavora nel settore. Dietro un chilogrammo di riso ci sono mesi di lavoro, investimenti, rischi climatici, macchinari costosi e famiglie che ogni anno devono decidere se e come continuare la propria attività. Sono convinto che sia importante parlare di agricoltura partendo anche dai numeri reali, perché il fatturato di un’azienda non coincide necessariamente con il guadagno di chi ci lavora. Ho voluto condividere pubblicamente la nostra esperienza per avvicinare anche i giovani e le persone estranee al mondo agricolo a queste problematiche. Credo che il futuro della risicoltura italiana meriti maggiore attenzione, soprattutto quando si parla di ricambio generazionale, redditività delle imprese e valorizzazione del lavoro agricolo». E i molti commenti al video YouTube non fanno che confermare i problemi sollevati da Andrea Penati. «Quest'anno con 2,5 ettari di grano duro ci ho rimesso 1.500 euro – scrive un agricoltore – e così dirò addio al grano: pochi capiscono il reale valore di un bene primario come il cibo. Ben venga, dunque, l’intervento di Andrea, che ha diffuso una cronologia di fatti concreti che le persone normali neanche s’immaginano». «Perdere 1.500 euro su appena 2,5 ettari fa capire quanto sia diventata difficile la situazione – risponde Andrea – Spero che non si debba arrivare a smettere di coltivare per far riconoscere il valore del nostro lavoro».
