

Cronaca
«Neri, il “politico” della ’ndrangheta»
PAVIA. Neri Giuseppe Antonio, detto “Pino”, avvocato tributarista con studio a Pavia, nato a Taurianova (Reggio Calabria) il 19 novembre 1957 fu il “politico” al quale la ’ndrangheta affidò il compito di mediare e ricomporre i cocci dell’associazione criminosa in Lombardia. Questa definizione di “politico” (nel senso più ampio del termine) è contenuta nelle 265 pagine con cui la seconda sezione penale della corte di Cassazione motiva le ragioni per cui ha respinto quasi tutti i ricorsi degli imputati nell’indagine Infinito mettendo la parola “fine” a una vicenda processuale durata 5 anni. Per capire i 18 anni per associazione mafiosa inflitti a Pino Neri bisogna risalire alle pallottole che lasciarono a terra, morto, Nunzio Novella, davanti a un bar di San Vittore Olona, nel luglio 2008. È in quel momento che “la Lombardia” fa capire chiaramente di volersi separare dalla casa madre in Calabria. Il compito di ricucire lo strappo, viene affidato proprio a lui, a Pino Neri: «Le spaccature interne – si legge nelle carte depositate dalla Cassazione – e le lotte di potere individuali costituiscono una minaccia per l’operatività del sodalizio e di tale pericolo un “teorico”, o meglio un politico quale Giuseppe Neri è ben consapevole, tanto che nel suo discorso (quello registrato dai carabinieri al circolo Falcone e Borsellino ndr) si appella all’armonia, ottenendo su tale concetto il consenso generale». È un’armonia che si basa sulle armi (La Cassazione dice che Neri ne ha “inequivocabile consapevolezza”) ed è così che l’avvocato si presenta ai candidati politici: «L’indicazione di voto che Neri mette a disposizione dei suoi interlocutori politici è molto più che un suggerimento fornito ad amici e conoscenti: è una richiesta precisa fornita ai suoi sottoposti».
Ed è proprio Neri a introdurre la seconda figura di spicco di questa storia, dicendone: «ha raggiunto i vertici della politica e noi gli siamo sempre vicini». Si riferisce a Carlo Chiriaco, 64 anni, ex direttore sanitario dell’Asl di Pavia, condannato in via definitiva a 12 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. I giudici della Cassazione sgomberano il campo da un equivoco. Ritengono «confutate» con argomentazioni «esaurienti, logiche e non contraddittorie» le tesi della difesa che puntano ad accreditare l’idea che Chiriaco fosse solo un millantatore, una persona alla quale piaceva atteggiarsi a boss.

Al contrario, Chiriaco - secondo le indagini condotte dai carabinieri di Monza e coordinate dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini - usa le sue funzioni di direttore sanitario per consentire alla ’ndrangheta lombarda «di infiltrarsi nelle competizioni elettorali e nell’ambiente sanitario, amministrativo, bancario, imprenditoriale; e tentando addirittura l’infiltrazione nel sistema carcerario attraverso l’appalto dei servizi infermieristici del carcere di Opera nonchè, in prospettiva, delle tre case circondariali di Pavia, Voghera e Vigevano, promesso agli esponenti della ’ndrangheta quale contropartita per il sostegno elettorale a un candidato nelle elezioni regionali del 2010». Un ultimo e significativo passaggio riguarda l’immagine di Chiriaco percepita a Pavia. Per i giudici, l’ex dirigente medico «condivide i “valori”, i metodi violenti e lo stile di vita» della criminalità organizzata «al punto da rendere percepita e percepibile anche a colleghi medici pavesi (molti dei quali peraltro di origine calabrese) - che per la professione esercitata e il territorio di operatività non dovrebbero essere condizionabili da condotte indirettamente intimidatorie e di sopraffazione - la presenza inquietante della ’ndrangheta nel mondo della sanità pavese». In sostanza, la “doccia fredda” piovuta sulla testa di molti il 13 luglio 2010, giorno degli arresti dell’operazione Infinito, in parecchi casi non fu proprio così fredda, nè inattesa come risultò all’epoca dei fatti.

