Cronaca

Canneto, un Buttafuoco in venti giorni: pronti a tutto per il mercato

M. Fio.

Dalle intercettazioni emergono i dialoghi tra i vertici della Cantina e gli «enologi alchimisti». «Vedi di fare un vino buono miscelando quelli vecchi, mettici un po’ di tannini e di bisolfito»  

CANNETO. Venti giorni per fare un “Buttafuoco”. Poco più di una settimana per trasformare una miscela di qualità scadente in «una cannonata», secondo la definizione degli stessi indagati. Per non perdere ordinativi e agganciare clienti importanti, soprattutto della grande distribuzione, amministratori ed enologi della cantina di Canneto sarebbero stati disposti a tutto, secondo l’accusa. Anche ad inventarsi in pochi giorni un vino che non era presente nelle cisterne.

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Clienti da non perdere

Come è accaduto, secondo le carte dell’ordinanza firmata dal giudice Luisella Perulli, con una partita di 100 ettolitri di “Buttafuoco”, circa 10.800 bottiglie di vino, da consegnare con il marchio “Gioielli” alla Conad (che risulta parte lesa). L’ordine sarebbe stato gestito dal presidente Alberto Carini. L’amministratore, in una telefonata all’enologo Massimo Capriolo, dipendente della Cantina, lamenta il fatto che la consegna non sia ancora avvenuta. L’enologo a sua volta protesta, perché quella richiesta è arrivata in piena vendemmia e si pretende «di produrre un vino che si sono inventati di fare 20 o 25 giorni fa». Ma Carini, temendo di perdere il cliente, insiste per vedere l’enologo di persona e parlargli. La faccenda va sistemata in qualche modo. Come? L’idea emerge dalle intercettazioni telefoniche raccolte tra l’enologo e l’altro collega, Aldo Venco, collaboratore esterno. I due non condividono la richiesta del presidente, ma spiegano come si può fare: «Ci sono cento quintali di roba buona che doveva servire per fare “Colle Ghebbio”, poi un paio di vaschette da 54 che non so cosa sono, poi un po’ di Pinot e di Barbera, prendiamo questi tre o quattro campioni, faccio fare le analisi li assaggiamo e li mettiamo assieme». Il risultato si può aggiustare, dicono i due enologi: «Se è stabile di proteine si può aggiungere un po’ di poliaspartato».

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O.M.


Il tocco finale

Per arrivare allo scopo, però, serve un altro aiuto. L’enologo, secondo le carte dell’accusa, decide allora di rivolgersi a un professionista di Santa Maria della Versa, un consulente che si occupa di analisi di laboratorio e materie prime. Gli chiede di fare «un miracolo con un Buttafuoco» e di «vedere di tirarlo un po’ buono». Qualche giorno dopo i due enologi si confrontano sul risultato: «Una cannonata. É da sentire, è irriconoscibile, ti giuro». La partita può essere consegnata.

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Maria Fiore


Il Barbera doc

Il copione si sarebbe ripetuto con 600 ettolitri di “Barbera Oltrepo Pavese Doc” da consegnare a Enoitalia, un’azienda in provincia di Verona, che però non erano a disposizione in cantina. Di fronte alla minaccia di un’azione legale da parte dell’azienda, per il mancato rispetto dei tempi di consegna, il prodotto sarebbe stato creato miscelando «vini vecchi e merdine che ci sono in giro», come si apprende da una telefonata intercettata tra gli enologi, da sistemare con «un po’ di tannini, un po’ di roba e un po’ di bisolfito». Le “merdine”, secondo gli accertamenti degli ispettori della Repressione frodi, erano un centinaio di ettolitri di Pinot, una settantina di Barbera scadente e il resto di un vino dalla tipologia sconosciuta. Il risultato è un Doc «frutto di un’operazione chimica e matematica piuttosto che di una sapiente produzione vitivinicola».

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Anche vino “bio”

A ottobre del 2018 la cantina deve consegnare 80 ettolitri di “Moscato Bio” a un acquirente di Calvignano. Una fornitura che sarebbe stata gestita da Claudio Rampini, un mediatore molto influente in Oltrepo e che aveva un ruolo chiave anche nell’attività della cantina. Alle perplessità espresse da un enologo sulla disponibilità di vino biologico nella cantina (per il “bio” sono richieste certificazioni e requisiti molto stringenti), Rampini avrebbe risposto: «Bon, io glielo do, poi se è bio o non è bio..». Un controllo di routine dell’Ufficio repressione frodi, avvenuto qualche giorno prima, aveva evidenziato come in cantina non ci fosse neppure un bicchiere di “Moscato Bio”. Era stato trovato, invece, Moscato Igt Provincia di Pavia. Eppure qualche giorno dopo, come attestano alcuni documenti sequestrati, l’azienda di Calvignano acquista dalla cantina Moscato biologico. —

M. Fio.


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