

Cronaca
Vino contraffatto, gli indagati sapevano che i carabinieri li controllavano
CANNETO. Gli arrestati per la frode del vino sapevano che i carabinieri stavano indagando sulla Cantina di Canneto Pavese. Hanno infatti scoperto cimici e telecamere che li stavano tenendo sotto controllo giorno e notte. E, di conseguenza secondo gli atti dell’inchiesta, avrebbero modificato il loro linguaggio e non hanno più trattato negli uffici argomenti che potevano essere compromettenti. Ma non è bastato per evitare che le indagini proseguissero e avessero una conclusione positiva.
Cimici scoperte
Il particolare emerge dall’ordinanza di custodia cautelare e riguarda, in particolare, il presidente della Cantina sociale Alberto Carini e la sua segretaria Carla Colombi. Entrambi sono agli arresti domiciliari nelle rispettive abitazioni. Loro sapevano di essere nel mirino della procura della repubblica di Pavia dei carabinieri della compagnia di Stradella e del personale della Guardia di finanza di Voghera. Il ritrovamento della microspia nell’ufficio del presidente sarebbe avvenuto per caso durante alcuni lavori. Ma gli investigatori che stavano tenendo sotto controllo la cantina a loro volta si sono accorti che le persone indagate sapevano di essere degli obiettivi. È così iniziato un gioco al gatto e al topo con i carabinieri ormai sicuri che gli indagati sapevano e con i dirigenti della cantina che non immaginavano di essere stati scoperti a loro volta.
«Le intercettazioni tra le persone presenti nell’ufficio - scrivono i magistrati - venivano probabilmente falsate dalla scoperta di uno dei microfoni installati nell’ufficio di Alberto Carini».
L’inchiesta per il vino contraffatto, e per di più adulterato con l’aggiunta di zucchero, acqua e anidride carbonica, ha quindi rischiato di essere compromessa da quello che, in realtà, è stato solo un piccolo intoppo. Ma come hanno fatto i carabinieri e la polizia giudiziaria a scoprire che gli indagati sapevano? In un modo banale ma, nello stesso tempo, decisamente curioso.
Le telecamere
Le telecamere della videosorveglianza esterna della Cantina sociale di Canneto hanno inquadrato, sembra più di una volta, il marito di Carla Colombi, la segretaria amministrativa, che con un binocolo osservava con attenzione la scatola dove era rinchiusa una piccola telecamera che gli investigatori avevano «piazzato» vicino all’ingresso dell’azienda.
Bisogna dire, per correttezza, che l’uomo non è in alcun modo entrato nell’inchiesta. Un comportamento sospetto che dimostrava come gli indagati avessero scoperto l’esistenza della telecamera-spia.
Gli investigatori hanno avuto la certezza quando due degli arrestati hanno parlato con una terza persona non sospettando di essere intercettati in un altro modo. Parole sibilline ma chiare: «C’è una cimice, magari vivente. Una cimice umana che può essere peggiore delle altre».
Intanto l’inchiesta prosegue e, tra domani e martedì, saranno interrogati Aldo Venco, l’enologo di 65 anni residente a Casteggio ed ex consigliere esterno della cantina di Canneto Pavese difeso dall’avvocato Isabella Cerutti. Sarà interrogata anche la segretaria Carla Colombi, abitante a Montescano e difesa dagli avvocati Fabio e Matteo Ciccotti, Cesare Forlini, 30 anni, conferitore di Borgo Priolo difeso dall’avvocato Paolo Zambianchi.
Venerdì era stato interrogato Claudio Rampini, mediatore di vini di Santa Maria della Versa. Era accompagnato dagli avvocati Marco Casali e Filippo Frattoni Realdo. Rampini ha scelto di rispondere alle domando del giudice Luisella Perulli e si è difeso dalle accuse. «Non ho nulla a che fare – ha detto – con quello che avveniva in cantina. A me interessava solo che la cantina rispettasse i contratti con i clienti. Nient’altro».
Sempre venerdì hanno invece deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere l’enologo Massimo Caprioli (difeso dall’avvocato Debora Rinaudo) e il conferitore Davide Orlandi difeso dagli avvocati Girolamo De Rada e Filippo Genovese. —
