Alberto Stasi e Avv. Antonio De Rensis in tribunale oggi a sorpresa per incidente probatorio 18 Dicembre 2025, Pavia, Italia (Foto Claudio Furlan/LaPresse)
Alberto Stasi e Avv. Antonio De Rensis in tribunale oggi a sorpresa per incidente probatorio 18 Dicembre 2025, Pavia, Italia (Foto Claudio Furlan/LaPresse)
il delitto di garlasco

Stasi, il mistero del Dna e i sei indizi da demolire per la richiesta di revisione

Maria Fiore

Il percorso della difesa verso la revisione per l’allora fidanzato di Chiara Poggi

Garlasco. I «non ricordo» e i «non mi sono occupato delle analisi» che costellano i verbali degli ex ufficiali dei Ris, lasciano senza risposta il mistero del Dna sui pedali della bici di Alberto Stasi. Il profilo genetico trovato il 19 settembre (e che risultò compatibile con il Dna di Chiara Poggi) non c’era più il giorno dopo, quando un ufficiale fece due altre prove che risultarono negative. Una spiegazione al mistero dovrà darla l’indagine aperta dalla Procura di Pavia, ancora a carico di ignoti.

Ma, al di là della spiegazione e del possibile dolo (comunque escluso dalla stessa difesa di Alberto Stasi, che contesta però come «fatto grave e inaudito» la mancata comunicazione del dato negativo) quanto peserà questo indizio nel percorso verso la revisione? Gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis hanno lasciato intendere che la richiesta si baserà anche su «elementi nuovi e clamorosi», che non sono stati resi ancora noti.

Ma in attesa di scoprire le carte restano intatti, a carico di Alberto Stasi, almeno sei dei sette indizi elencati nella sentenza di condanna del 2014 della Corte di Assise di Appello bis.

I pilastri della condanna

Nella sentenza di condanna per Stasi restano non chiariti il movente e l’arma del delitto, mentre sette elementi vengono valutati come un «mosaico indiziario» in cui i singoli tasselli, da soli, non stanno in piedi ma reggono, secondo i giudici, se messi insieme. Il Dna di Chiara Poggi ha avuto un peso non da poco, con il dubbio - che ha attraversato tutti i gradi di giudizio - che si trattasse di sangue. Lo stesso indizio è stato alla base del fermo di Stasi, il 24 settembre, poi non convalidato dalla giudice Giulia Pravon.

Nel percorso verso la revisione, però, dovranno essere smontati anche gli altri sei indizi. Il più importante è quello relativo alla camminata di Stasi nella casa e al suo racconto, che secondo i giudici della Corte di Assise di Appello bis non sarebbe quello dello scopritore ma dell’assassino. Stasi, secondo la perizia disposta dai giudici, aveva lo 0,00038% di possibilità di non calpestare il sangue della vittima quando entrò in casa. A questo si aggiunge la circostanza dell’orma a pallini lasciata dal killer, che apparterebbe a una scarpa Frau taglia 42, il numero che calzava Stasi.

L’allora fidanzato della vittima, inoltre, aveva un rapporto di confidenza con Chiara, che ha aperto al suo assassino, come dimostra l’assenza di effrazione sulla porta di ingresso. Stasi, inoltre, secondo i giudici della sentenza di condanna ha lasciato due impronte dell’anulare destro sul dispenser del sapone, quando si è lavato dopo l’omicidio. E ancora: secondo la sentenza ha mentito sulla bici nera poi sequestrata nell’officina del padre (e che corrispondeva alla macro-descrizione della testimone) non menzionandola. Infine, l’alibi: manca nella finestra temporale compresa tra le 9.12 (il momento in cui l’allarme fu disattivato) e le 9.35, quando Stasi accese il pc per mettersi al lavoro sulla sua tesi.

«Era anomalo»

Resta però da chiarire il “giallo” del Dna sparito dai pedali. L’ex ufficiale dei Ris Alessandro Coli ha detto ai pm di ricordare «questo discorso, il fatto che da un prelievo è uscito il Dna e poi da altri prelievi ripetuti non è uscito niente... era una cosa anomala». Coli era vicino di “scrivania” del capitano Alberto Marino, che si occupò delle analisi. «Non so se ne parlai direttamente con lui, però come risultato mi sembrava un po’ strano non riottenere un profilo da una superficie». Coli ha fatto poi il nome di “Fabbri”, cioè l’allora consulente genetista di Stasi. «I consulenti della difesa – ha aggiunto – secondo me entravano nei laboratori, facevano l’attività insieme e ricontrollavano i risultati, questo intuivo».