L'enologo Aldo Venco e la vicepresidente Carla Colombi
L'enologo Aldo Venco e la vicepresidente Carla Colombi
Cronaca

Indagato venditore di aromi. L’enologo Venco si difende

Maria Fiore

Ascoltati dal magistrato il consulente tecnico della Cantina e la vicepresidente. Dalle intercettazioni spunta l’acquisto di «correttivi alla frutta» per il Riesling

CANNETO PAVESE. «Lavoro nel settore da 42 anni, ho sempre fatto il mio lavoro con etica professionale». Aldo Venco, enologo di 65 anni di Casteggio, si è difeso così ieri mattina davanti al giudice Luisella Perulli, che lo ha interrogato. Venco, insieme ad altre sei persone, è agli arresti domiciliari da mercoledì con l’accusa di avere avuto un ruolo nella presunta truffa del vino alla cantina di Canneto Pavese. Deve rispondere di associazione per delinquere finalizzata alla frode commerciale. Accusa che ieri ha respinto, sostenuto dal suo avvocato, Isabella Cerutti. «Ero un consulente esterno della cantina, non un dipendente – ha spiegato –. Ho sempre fatto tutto in regola». L’enologo, molto conosciuto in tutto l’Oltrepo, ha messo l’accento sulla sua esperienza professionale. «Dopo l’avvio dell’inchiesta ha ricevuto tanti messaggi di solidarietà», aggiunge il suo legale.

Le dichiarazioni

Dopo Venco è toccato a Carla Colombi, vicepresidente che risulta avere avuto, per la procura, un ruolo di responsabile amministrativa della cantina. Anche Colombi, difesa dagli avvocati Fabio e Matteo Ciccotti, ha deciso di rispondere alle domande del giudicee. «Non tenevo la contabilità della cantina – ha spiegato –. Davo una mano quando c’erano i conferimenti di uve, ma non sono mai entrata nel reparto della produzione». I suoi avvocati hanno chiesto la revoca degli arresti domiciliari, ma la risposta del giudice potrebbe non essere immediata. Le indagini, infatti, sono ancora in corso e per la procura sussistono ancora esigenze cautelari, in particolare per il pericolo di inquinamento delle prove.

L’Intercettazione

E proprio mentre gli indagati sfilano in tribunale per difendersi, dalle carte dell’accusa emergono ulteriori dettagli sulla presunta frode del vino. Una truffa che, per l’accusa, avrebbe coinvolto sia gli amministratori che gli enologi, ma anche un venditore di prodotti enologici (che risulta infatti iscritto nel registro degli indagati). Sotto la lente degli investigatori è finita una telefonata tra il commerciante e Massimo Caprioli, uno degli enologi coinvolti nell’inchiesta. Il 12 novembre del 2018 l’enologo gli chiede «quattro bombole di quelle grandi di Co2», che devono essere usate, secondo la ricostruzione dell’accusa, per la “frizzantatura”, una pratica vietata per i vini a marchio Doc e Igt. Nel mirino anche alcune conversazioni intercettate tra il 13 e il 15 novembre dello stesso anno, in cui enologo e venditore parlano della produzione di Riesling a marchio Igt.

La trattativa

«Mi hai detto che hai nuovi articoli, mi interessava il Riesling», gli dice l’enologo. E il commerciante gli risponde: «Ho i campioni, non so se bastano». E l’enologo: «Senti, non ho tempo per fare prove e provini. Porta qualcosa che gli dia un po’ di profumo...». E il venditore: «Devo andare in Emilia, ti faccio portare una cosa: pesca, ananas e frutti tropicali, una roba del genere?». «Sì, devo fare 50 ettolitri». In un’altra telefonata il venditore parla con un altro interlocutore ancora degli “aromi”: «Mi sono arrivati, guarda che belli: aroma naturale, mandorla dolce, Moscato Asti prosecco. Se sono commerciabili? Se li vendono sì». —

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