l’analisi

Elezioni europee, tra voti “contro” e il premio alla destra di Governo: l’analisi

Anna Ghezzi

Il professore di Opinione pubblica Guido Legnante commenta i risultati delle Europee

Votanti mobili ma all’interno delle coalizioni. Molto voto d’opinione ma “contro”, nelle preferenze per Vannacci in primis, ma anche di Lucano e Salis per la sinistra. E, soprattutto, premiata la destra di Governo di Giorgia Meloni. Questa, in sintesi, la prima analisi, a caldo, del voto per il rinnovo del Parlamento europeo in Italia di Guido Legnante, professore di Opinione pubblica all’università di Pavia.

«La partecipazione si è fermata sotto il 50% - spiega Legnante - che indubbiamente è una soglia anche psicologica nell’interpretazione. Finora era capitato in alcune elezioni amministrative, ma mai in un'elezione in cui tutto il paese votava. Però si inquadra comunque in un trend: c’è una perdita di circa 6 punti, da europee a europee è calata un po’ meno che da politiche a politiche».

Il trionfo di Fdi salta all’occhio

«Dal punto di vista del risultato osserviamo una cosa abbastanza diversa da quella che spesso si osserva nelle Europee e che è avvenuto in altri paesi. In Italia, infatti, abbiamo il principale partito di governo che si rafforza, Fratelli d'Italia, e il principale partito di opposizione che si rafforza, il Partito Democratico. Questo mentre abitualmente, nelle elezioni europee, si rafforzano i piccoli partiti. In Italia, al contrario, Stati Uniti d'Europa e Azione non raggiungono la soglia del 4%; probabilmente non cercando di allearsi avevano scommesso, sbagliando, proprio sulla possibilità di raccogliere il tradizionale voto di opinione delle Europee che favorisce i “piccoli”».

Cosa ci dicono i risultati in termini di forza delle coalizioni?

«Tra maggioranza e opposizione abbiamo dei valori abbastanza simili, quindi un paese quasi spaccato a metà. Però una cosa è la coalizione di governo, che è una coalizione che esiste e che ormai in più elezioni politiche si è presentata coesa, dimostrando anche di sapersi dare una regola semplice e condivisa per scegliere la leadership, vale a dire il leader del partito che prende più voti fra i componenti. Invece se sommiamo tutti i voti di Partito Democratico, Alleanza verdi sinistra, Stati Uniti d'Europa, Azione, Movimento 5 Stelle, ci avviciniamo sì al 50%, ma è una coalizione che non c'è, fatta di partiti la cui compatibilità è tutta da verificare, e che non si sono mai (per ora?) presentati tutti insieme a un’elezione politica».

E dei partiti?

«Fdi ha fatto il suo e l’ha fatto molto bene: se avesse vinto ancora di più, la disparità di forze avrebbe creato tensione all’interno del governo. La Lega ha avuto un tracollo rispetto alle scorse Europee, ma resta solida nelle roccaforti delle scorse politiche. L’elettorato si è mostrato mobile all’interno delle coalizioni. In parte, quello che è rimasto dell’elettorato del Movimento 5 stelle è rimasto un po’ più a sinistra: l’impressione è quella di elezioni che hanno rafforzato il bipolarismo. Tra i partiti Alleanza verdi-sinistra ha avuto un ottimo risultato, trainato anche da candidature ben in linea con i suoi valori. Così come la molto discussa candidatura del generale Vannacci è stata un traino per la Lega. Per quanto riguarda la leadership: nel successo di Fratelli d'Italia ha pesato anche il successo in preferenze per Giorgia Meloni, che ne ha ricavato una doppia conferma della sua leadership; mentre all'interno del Partito Democratico hanno avuto successo candidati di diversa estrazione: ha vinto Bonaccini e ha vinto Cecilia Strada, ha vinto De Caro, quindi candidature diverse difficili da leggere in una unica chiave interpretativa, se non quella di un partito che per una volta ha fatto della propria eterogeneità anche un punto di forza».

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