Beppe Severgnini, scrittore ed editorialista del Corriere della Sera, è uno degli ospiti di punta della Pavia Innovation Week: sabato 11 aprile sarà a collegio Borromeo
Beppe Severgnini, scrittore ed editorialista del Corriere della Sera, è uno degli ospiti di punta della Pavia Innovation Week: sabato 11 aprile sarà a collegio Borromeo
iNNOVATION WEEK EXTRA

Beppe Severgnini e la nascita delle idee: «Vi racconto come coltivare l’ispirazione»

A. Dowlatshahi

Sabato 11 aprile l’editorialista del Corriere della Sera sarà protagonista nella Sala degli Affreschi del collegio Borromeo. Giornate Extra con un’attenzione alle sfide locali

PAVIA. Beppe Severgnini, scrittore ed editorialista del Corriere della Sera, è uno degli ospiti di punta della Pavia Innovation Week. Il suo incontro “Come farsi venire un’idea geniale (o almeno provarci)” è in programma sabato 11 aprile alle 12.15, nella Sala degli Affreschi del Collegio Borromeo.

Innovation week 2026, Quattro giorni di laboratori e incontri tra innovazione, impresa e cultura – IL PROGRAMMA
la manifestazione

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Severgnini, cosa c’è dietro la nascita di un’idea? Un colpo di fortuna?

«Assolutamente no: serve un metodo, altrimenti è improvvisazione. Per farmi capire userò un’immagine agricola: la mia famiglia è di Crema, un posto pieno di campi, un po’ come Pavia».

Prego.

«L’idea è come il sole o la pioggia per un campo coltivato: arrivano senza preavviso, ma se non è stato fatto un lavoro sulla semente e sul terreno, non cresce nulla».

E come si prepara il campo?

«Ci sono diversi modi. Il primo che mi viene in mente è quello di evitare l’improvvisazione, che è parente della prontezza e cugina del pressapochismo, e preferire l’ispirazione, che è figlia dell’intuizione e nipote del genio. Ma ce ne sono anche altri».

Ad esempio?

«Non illudersi, essere realisti: scartare le idee scadenti e tenere quelle buone».

Ci sono dei trucchi per fare questa cernita?

«La saggezza popolare suggerisce di dormirci su. Un altro sistema è quello di appuntarsi le idee su un taccuino. Così sono nate molte delle mie idee: penso al mio libro “Inter nos”, frutto di un appunto preso tempo addietro».

Quanto conta il rapporto con l’altro nel processo di ideazione?

«Tantissimo. Non bisogna escludere a priori l’opinione degli altri. Cosa che può avvenire nei posti di lavoro dove pesa la componente gerarchica. Pensiamo alle aziende: l’imprenditore deve ascoltare i suoi dipendenti. Olivetti era un maestro in questo, molte idee gli sono venute dal confronto con gli operai».

Uno dei simboli del genio italiano.

«Esatto. Il genio italiano è un genio sociale. Per questo agli studenti e agli imprenditori che parteciperanno all’Innovation Week dirò “non isolatevi, mescolatevi”. Se uno si chiude nel suo ufficio guardando lo schermo non partorirà mai una buona idea. Un genio nasce dall’incontro e a volte dallo scontro tra visioni. Così è stato nella storia».

Cioè?

«Il 25 gennaio 1504 a Firenze si trovavano nella stessa stanza Michelangelo, Leonardo, Botticelli, Filippo Lippi. Era un contesto fertile per le idee – c’erano i Medici, c’era il fiorino – dove il talento era lusingato e ben pagato».

Oggi viviamo in un’epoca piena di stimoli per via dei social: questo aiuta o ostacola la nascita di idee davvero originali?

«Penso che la ostacoli. È difficile che uno scrollando Instagram abbia un’idea originale, anche perché è l’algoritmo che fornisce l’ispirazione. E poi anche le notizie che gli arrivano non aiutano: tra Trump, guerre e distruzioni, a prevalere è la preoccupazione».

Passiamo a Pavia, città dove ha studiato. Qual è il suo legame con questa città?

«Ho un buon legame con la città. Nel 2022, nel 2023 e nel 2025 ci sono tornato per fare dei corsi al Collegio Ghislieri. Lezioni di Comunicazione aperte all’Università, su come comunicare le cose importanti. L’11 aprile sarò al Borromeo, dove peraltro sono già stato per presentare un mio libro. Se poi penso agli anni dell’università provo nostalgia. A volte si confonde la nostalgia dei luoghi e delle esperienze con quella dell’età: probabilmente la mia è una nostalgia per i vent’anni».

Che ricordi ha di quel periodo?

«Mi piaceva stare con gli altri studenti e studiare con loro, amavo l’ambiente della lezione, seguire i corsi di professori formidabili. Avevo scelto Giurisprudenza, poi nella vita ho fatto altre scelte. Ricordo le giornate a bordo Ticino, le passeggiate in corso Garibaldi, la Latteria, il bar dentro l’Università. Nel mio libro “Italiani si diventa”c’è un racconto su quegli anni intitolato “131138”, che era il mio numero di matricola».

Ha ricevuto due volte, nel 1998 e nel 2011, il riconoscimento di “Laureato dell’anno” dall’Università di Pavia. Che suggerimento dà agli studenti di oggi?

«Direi loro che lo studio universitario si compone di tre parti: le lezioni, i libri e le relazioni. Conta tantissimo la condivisione di idee e opinioni con i compagni. Per questo non sono a favore delle università telematiche».