Rassegna letteraria Vigevano

Mauro Corona e il fratello Felice: «Faccio i conti con la memoria»

Selvaggia Bovani

Lo scrittore e alpinista: «Dobbiamo ricordare anche quando siamo stati cattivi»

Vigevano. Quasi tutto esaurito per Mauro Corona, ospite il 16 ottobre alla 25° edizione della Rassegna letteraria città di Vigevano. Lui, scrittore, alpinista e scultore sarà sul palco del Teatro Cagnoni alle 21 per presentare “Felice”, il romanzo dedicato alla memoria del fratello scomparso in giovane età.

Com’è nata l’idea di questo romanzo?

«Con Felice ho cercato di affrontare il ricordo, mio fratello, l’infanzia, ciò che ho subito e ciò che ho fatto agli altri. Per capire chi siamo bisogna avere il coraggio di ricordare anche quando siamo stati meschini, ingiusti, vigliacchi, cattivi. Altrimenti ci costruiamo una bella storia in cui abbiamo sempre ragione».

Lei ha fatto della montagna non soltanto un luogo, ma una filosofia di vita. Che cosa le ha insegnato?

«Mi ha insegnato che dalla vetta non si va in nessun posto, si può solo scendere. Dopo un traguardo, dopo un successo non puoi che accettarne il limite e scendere, per poi sognare di nuovo una cima diversa. Poi mi ha insegnato a pensare giorno per giorno, mai partire per una scalata guardando la vetta, dobbiamo sempre guardare il passo successivo, l’appiglio più vicino. E poi mi ha protetto, sento sempre i boschi e le pietre della mia montagna che mi hanno avvolto e curato come una garza».

La natura nei suoi racconti è bellissima, ma non è mai addomesticata.

«La natura non è buona, cattiva o spietata. Segue il suo corso e ci ignora. Una parete non sa chi sei, quanti libri hai venduto, quanta gente ti applaude. Un torrente, una cascata, non guardano noi come non guardano gli altri animali, scorrono e basta. Sono gli esseri umani ad attribuire dei significati e la mia natura è spesso spietata perché la vita lo è. Una parete può farti scivolare e cadere, un fiume travolgerti e farti annegare».

Oggi siamo circondati dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale. Lei che rapporto ha con questo mondo? C’è qualcosa che la tecnologia non potrà mai sostituire?

«Puoi ricevere cento messaggi e non sapere chi chiamare quando stai male. Però stare soli non è sempre una disgrazia. Io ho bisogno di solitudine per scrivere, scolpire, mettere un po’ d’ordine nei pensieri. Poi ci sono i momenti, i giorni, in cui quella stessa solitudine pesa e vorresti qualcuno accanto. Il problema è che adesso chi può scegliere sceglie il cellulare e molti non possono nemmeno più scegliere. Un vecchio rimasto solo in un paese, senza un bar, senza un’osteria, senza nessuno che passi a trovarlo, è solo e basta. È un povero diavolo che grida aiuto».

Lei è uno scrittore, ma anche uno scultore e un uomo che ha sempre lavorato con le mani. Quanto conta ancora, in un mondo sempre più virtuale, saper fare qualcosa concretamente?

«Mi sento più scultore che scrittore. Quando lavoro il legno devo osservare quello che ho davanti, sapendo che non posso sbagliare, o meglio che se sbaglio il segno rimane. Così devo studiare la fibra, i nodi, una crepa. Scrivo a mano, perché per una strana magia devo sentire le parole che partono dalla testa, scendono dal braccio e arrivano alla mano e poi sul foglio».

Nei suoi libri c’è spesso una grande attenzione per gli ultimi, per chi vive ai margini. Da dove nasce questo bisogno di raccontare chi normalmente non trova spazio?

«Nasce da dove vengo. Ho conosciuto la povertà e la sensazione di essere guardato dall’alto in basso. Quando sei un bambino quelle cose le senti, anche se non sai ancora spiegarle. Ricordo l’umiliazione quando chiedevo l’elemosina con mia nonna, ricordo la vergogna quando dopo il Vajont noi eravamo solo i poveri sfollati. Però attenzione, la povertà non rende automaticamente buoni, anzi. E nei miei libri racconto anche la violenza che produce, la frustrazione che alimenta».

Ha mai avuto paura che la montagna, i boschi e quel mondo che racconta possano scomparire insieme alle persone che ne custodiscono la memoria?

«Sì. Quando muore una persona anziana, mi domando quante cose se ne vadano con lei. Magari conosceva il nome di ogni pascolo, ricordava chi abitava una casa adesso vuota, conosceva i canti dell'osteria e sapeva perché un sentiero passava proprio di lì. Se nessuno le ha chiesto di raccontarlo, quelle conoscenze si perdono. Un bosco può essere ancora in piedi e diventare un luogo del quale non sappiamo più nulla. Scrivo anche per conservare qualche traccia».

Se dovesse lasciare ai giovani una sola lezione imparata dalla montagna e dalla vita, quale sarebbe?

«Non so e non voglio dare lezioni. Anche nel mio ultimo romanzo, Felice, faccio parlare mio fratello morto per distruggere me stesso non per indicare la via ad altri».

E se domani dovesse lasciare tutto e portare con sé soltanto tre cose, che cosa metterebbe nello zaino?

«Un coltello per scolpire, un libro per leggere e una matita per disegnare».

L'incontro sarà accompagnati dalla traduzione in Lis (lingua italiana dei segni), è ad ingresso gratuito previa "prenotazione", eventualmente anche in lista d'attesa, sul sito www.eventbrite.it.