

Le interviste del direttore
«Il mio bisnonno e quell’intuizione che portò l’Auricchio a Cremona»
Il presidente della Camera di Commercio racconta i 150 anni della sua azienda: «Il segreto? Innovare». E su Pavia dice: «Secondo i dati la città si è messa in moto»
PAVIA. Era il 1878 e infuriava la guerra di indipendenza quando Gennaro Auricchio, iniziava la sua grande impresa. Il destino lo aveva portato al Nord, a combattere in una delle più feroci battaglie della storia moderna: Solferino e San Martino. Ed è lì, in quei lunghi mesi di spostamenti, che Gennaro vede quello che agli occhi degli altri era troppo ovvio per essere notato: distese di prati e fattorie, mucche ovunque e latte a disposizione. E ruminando su possibilità e opportunità, sulla voglia di provare e l’idea di riuscire a fare un formaggio diverso tornato dalla guerra, lascia San Giuseppe Vesuviano per Cremona. Centocinquant’anni dopo il caseificio Auricchio è pronto a festeggiare con la stessa famiglia di sempre.
«Noi nasciamo così, da un’intuizione del nostro bisnonno, figlio di commercianti, con un pugno di marenghi cuciti nella giacca per non farsi derubare dai briganti. Lui che aveva capito che il latte era al nord». Oggi, con un compleanno importante da festeggiare per una azienda conosciuta in tutto il mondo, con un export che tocca 72 Paesi del mondo, il cavalier Gian Domenico Auricchio, presidente della Camera di Commercio Cremona Mantova Pavia ha un altro motivo per sentirsi orgoglioso: i dati di Pavia parlano chiaro e mostrano un andamento più che positivo. «Qualcosa di importante e strutturato si muove».
Cavaliere Auricchio cosa ci dicono i dati?
«Che Pavia va bene. Lo dicono i numeri che evidenziano un quadro dinamico e in solida evoluzione. Al costante rafforzamento degli indicatori chiave nel 2023-2025 si affianca nel 2026 un netto cambio di passo della produzione industriale».
Cosa significa?
«Che Pavia si è messa in moto».
Da cosa dipende?
«Da diversi fattori. Io sono convinto che negli ultimissimi anni Pavia si è trovata in una condizione estremamente favorevole, per una serie di fattori positivi, in cui diversi protagonisti hanno contribuito in modo sistemico alla sua crescita».
Quando è iniziato questo risveglio di Pavia?
«Penso da quando si è celebrata la battaglia di Pavia, un lavoro eccelso fatto in sinergia con uomini politici di grande carisma, con l’apporto fondamentale della Fondazione Monte di Lombardia, con l’amministrazione comunale. Da quel momento Pavia è cambiata. È come rinata. Non è un caso che da quel grande successo della mostra, che ha portato anche il presidente Sergio Mattarella, sia arrivato poi anche la Innovation week. Oggi Pavia ha tutte le carte in regola per rilanciarsi ed è pronta per farlo».
I dati della camera sono una conseguenza di questo?
«Sono la conseguenza di un lavoro fatto con dedizione e con fiducia. Che sta ripagando. Qui c’è di mezzo la fiducia e l’ottimismo, una produzione industriale che registra una accelerazione, una evoluzione dell’export pavese, un exploit del comparto farmaceutico. È la voglia di scommettere sulle possibilità di un territorio».
Come aveva fatto il suo bisnonno?
«La sua era pura scommessa imprenditoriale, visione e fiducia. Nessuno in famiglia aveva mai fatto formaggio. Lui riuscì a unire i puntini. Il latte a Cremona abbondava, un prodotto di qualità poteva avere successo e così in effetti è stato».
Dove sta il segreto per restare competitivi per 150 anni?
«Innovare sempre. Ogni generazione ha fatto un passaggio importante. Il figlio di Gennaro, mio nonno, alla fine dell’800 vedeva tanti paesani che partivano per l’America o per l’Australia a cercar fortuna. Capì che esportare l’Auricchio in quei Paesi poteva essere una buona idea».
E fu così?
«Assolutamente. In America ad esempio siamo stati fortissimi da sempre. Arrivare in terra straniera e trovare l’Auricchio per i nostri immigrati era il legame con la loro terra. Qualcosa di commuovente, di cuore e di terra. Ancora oggi in Usa siamo fortissimi con circa il 21% del fatturato complessivo».
Quale è stato il momento più difficile della vostra azienda?
«In 150 anni ci sono stati due momenti molto difficili. Durante la seconda guerra mondiale lo stabilimento fu colpito da una bomba americana. Fu una tragedia, morirono undici dipendenti, mio padre in gravi condizioni in ospedale, lo stabilimento completamente distrutto. Ci siamo rialzati. Le donne della mia famiglia hanno messo i loro gioielli in vendita, ci siamo rimboccati le maniche».
E il secondo?
«Il fratello di mio padre, perde tutto al gioco. In piena notte mio padre convoca una riunione d’urgenza con me e i miei due fratelli. Ci spiega la situazione. Decidiamo, con un grande sforzo, di rilevare la sua parte. Mio padre mi ha guardato negli occhi: da domani sei in azienda con noi. Avevo 9 esami per finire l’università, ho studiato la sera. Ho fatto la mia gavetta».
E oggi come fate ad andare d’accordo tra voi tre fratelli?
«Siamo tre amministratori delegati. Ognuno ha il suo campo».
Mai screzi o litigi?
«Sappiamo fare un passo indietro quando serve. L’unione e la serenità famigliare prima di tutto. Stiamo educando così anche i nostri figli e i nipoti. Ancora oggi che è rimasta solo la mamma di 96 anni ogni domenica andiamo a cena da lei, Natale e compleanni insieme. E non per obbligo famigliare ma perché abbiamo voglia di stare insieme».
Una grande famiglia campana a Cremona?
«Si praticamente è così. Ora mio fratello che tra poco compie gli anni ci ha invitato tutti a una grande festa». Il fratello Antonio intanto entra in studio, si avvicina e sorride. «È così, li ho già invitati tutti perchè tutti insieme è meglio».
