

L’intervista
Con De Bellis & Fiorillo Pavia torna agli anni ‘90
I due scrittori ambientano il giallo nell’ambiente dei collegi storici
PAVIA De Bellis & Fiorillo lasciano l’antica Roma e tornano nella Pavia degli anni Novanta, con le inchieste della procuratrice Alida Savich, nel loro nuovo romanzo giallo investigativo “A sparire sono sempre i migliori” (Piemme).
A offrirsi come scenario della storia sono i collegi universitari – qui immaginati in un unico collegio di fantasia, il Foscolo, in zona corso Garibaldi– l’Oltrepò Pavese, un uomo misterioso che impugna una pistola in piazzetta delle rose, il parco di una villa da cui affiorano ossa umane e un lembo di tulle, gli echi di scherzi goliardici da cui a volte ci si è lasciati prendere la mano. A rispondere alle nostre domande è, per entrambi, Edgardo Fiorillo.
È il vostro secondo giallo ambientato a Pavia dopo quello dal titolo evocativo “Dove si mangia la nebbia”. C’è una ragione?
«Io sono di Piacenza, come Stefano, però mi sono laureato in Biologia a Pavia e ho vissuto in città anche dopo, per ben sedici anni. Per due decenni ho lavorato nell’editing scientifico e fatto divulgazione. Ma a un certo punto la scrittura ha preso il sopravvento».
Come è nata la coppia De Bellis & Fiorillo?
«Ci conosciamo da 35 anni. E a furia di discutere di libri, film e saggi immaginando ogni volta che finale diverso avremmo scelto noi – tanto che gli amici ci chiamavano i vecchietti del Muppet Show – siamo finiti a scrivere il primo libro insieme, Il diritto dei lupi. Ambientato nell’antica Roma ma trattato come un noir a Los Angeles. Quando Einaudi l’ha preso eravamo stupiti anche noi. Lavoravo di notte e scrivevo di giorno. E Stefano viceversa. Al secondo libro ho capito che così non avrei potuto continuare».
E quindi?
«A 45 anni mi sono guardato attorno, ho seguito un corso da soccorritore, lavorando prima come barelliere per poi passare al gestionale. E di recente ho salutato l’ospedale. L’incoscienza del principiante».
Come si scrive un giallo a quattro mani?
«Premesso che caratterialmente siamo diversi - io un chiacchierone e lui un burbero- nutriamo comunque interessi complementari. Cominciamo con il condividere le idee fino a quando arriviamo a una massa critica da mettere su carta. Una volta che trovi il metodo diventa tutto più semplice».
Il vostro qual’è?
«Abbiamo cercato di capire come lavorano gli sceneggiatori. Mesi di progettazione, ricerca del soggetto, abbozzo della trama. Tutto condiviso con della buona grappa. Il lavoro preparatorio rende poi la scrittura più semplice. Inoltre usare molto i dialoghi aiuta».
Dalla Roma di Cesare al 1994 degli 883.
«Il romanzo storico è come una guerra di trincea: a ogni riga guadagni un metro ma richiede un imponente lavoro di documentazione. Per gli anni Novanta invece è più facile, li abbiamo vissuti. Io ero appena arrivato a Pavia da studente: niente cellulare, nemmeno le chat, il digitale stava nascendo. Ci si trovava a mangiare i gnocchetti da Senatore o a bere una birra a Spaziomusica. Con gli studenti che venivano dal Sud. Altri tempi, tanto che oggi il nostro editor ha detto che se dovesse diventare una serie tv sarebbe “in costume” perché sono passati trent’anni».
Chi vedreste nel ruolo di Alida Savich, quella che in Procura chiamano “Il mostrino” ma poi vede quello che ad altri sfugge? E chi vi ha ispirato?
«Qualcuno che non c’è più. Un tipo alla Franca Valeri. In realtà è una creatura Frankenstein, un collage formato da tante donne che svolgevano lavori durissimi in ambienti all’epoca ancora maschilisti».
A costa state lavorando?
«A un romanzo per ragazzi sulla Roma antica per Il Battello a Vapore, a un progetto sul Rinascimento e a una terza storia di Alida Savich».
