

26 Apr 2006, Ukraine --- The Shelter, Unit 4 reactor destroyed in the 1986 accident. April 26 marks the 20th anniversary of the accident at the Chernobyl nuclear power plant. | Location: Kyiv region, Ukraine. --- Image by © Lazarenko Nikolai/ITAR-TASS/Corbis
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Chernobyl quarant'anni dopo, al Ghislieri di Pavia due incontri sull'Urss e su Seveso
Lunedì 26 ottobre lo slavista Giuseppe Ghini sul sistema sovietico davanti alla catastrofe, lunedì 2 novembre lo storico Bruno Ziglioli sui dieci anni che dal disastro dell'Icmesa portarono al referendum sul nucleare. Il ciclo si è aperto il 12 ottobre con il direttore del LENA Andrea Salvini
Due serate al Collegio Ghislieri di Pavia per tornare su Chernobyl quarant'anni dopo: la prima dedicata al sistema sovietico e alla gestione delle informazioni sulla catastrofe, la seconda al disastro di Seveso che ha cambiato il modo in cui l'Italia guarda all'ambiente. Sono gli ultimi due appuntamenti del ciclo «Chernobyl 1986-2026. Un disastro e le sue eredità», in programma lunedì 26 ottobre e lunedì 2 novembre, alle 21, nell'Aula Goldoniana.
Ghini e la «razionalità» sovietica
Lunedì 26 ottobre Giuseppe Ghini, professore ordinario di Slavistica all'Università di Urbino Carlo Bo, parlerà di «Chernobyl: la catastrofe della "razionalità" sovietica». Nella presentazione dell'incontro, l'incidente del 1986 non è letto soltanto come il fallimento di una tecnologia, ma come la crisi di un sistema che si rappresentava come il paese della pianificazione e della scienza al servizio dello Stato: problemi tecnici, errori degli operatori, carenze nella cultura della sicurezza e una gestione dell'informazione segnata da ritardi e reticenze.
Sullo sfondo c'è il patto implicito tra Stato e cittadino consolidato negli anni di Brežnev: lo Stato garantiva lavoro, sicurezza sociale, istruzione e assistenza sanitaria, in cambio di obbedienza e conformità. Trasmettere verso l'alto una cattiva notizia poteva significare esserne considerati responsabili. «Chernobyl – spiega Ghini – mostrò le conseguenze di questo meccanismo. Le informazioni sgradite tendevano a essere attenuate a ogni passaggio gerarchico, mentre la realtà veniva ricondotta alle categorie previste dall'apparato. Persino la distruzione del reattore apparve inizialmente inconcepibile, perché il sistema tecnico e amministrativo aveva stabilito che un evento simile non potesse accadere».
Il professore collega la vicenda alla glasnost', la politica di trasparenza introdotta da Gorbačëv in un sistema ancora fondato sul monopolio politico del Partito comunista e sul controllo dell'informazione. «Chernobyl – osserva – rivelò i limiti strutturali di un ordine ancora capace di comandare e mobilitare, ma incapace di apprendere dalla realtà».
Ziglioli, da Seveso al referendum sul nucleare
Lunedì 2 novembre chiuderà il ciclo Bruno Ziglioli, professore associato di Storia contemporanea al dipartimento di Scienze politiche e sociali dell'Università di Pavia, dove insegna anche Ambiente e società in età contemporanea. Il suo intervento, «Da Seveso a Chernobyl: dieci anni di ambientalismo in Italia (1976-1986)», parte dal 10 luglio 1976, quando nell'impianto Icmesa di Seveso una fuga di diossina provocò un grave disastro ambientale ed espose migliaia di persone. Alla vicenda lo storico ha dedicato il libro «La mina vagante. Il disastro di Seveso e la solidarietà nazionale», pubblicato da FrancoAngeli.
Con la legge 357 del 16 giugno 1977 fu istituita una commissione parlamentare d'inchiesta sull'Icmesa, chiamata non solo a ricostruire la fuga di sostanze tossiche, ma anche a valutare i rischi delle attività industriali e a proporre norme più efficaci per la tutela della salute e dell'ambiente. «La diossina – spiega Ziglioli – poneva interrogativi sulla sicurezza degli impianti, sulla responsabilità delle imprese, sulla tutela della popolazione, sulla gestione del territorio e sui rapporti fra istituzioni e cittadini».
Dieci anni dopo, Chernobyl mostrò che una catastrofe tecnologica poteva superare le frontiere. Nel novembre 1987, ricorda lo storico, gli italiani votarono cinque quesiti referendari, tre dei quali sul nucleare. Secondo i dati ufficiali del ministero dell'Interno citati da Ziglioli, sul quesito per la localizzazione delle centrali i voti favorevoli all'abrogazione furono l'80,57%; su quello per la partecipazione dell'Enel a impianti nucleari all'estero, il 71,86%. «Seveso aveva insegnato a guardare al rischio industriale – sottolinea –. Chernobyl rese quel rischio planetario». E sul rapporto tra progresso e sicurezza: «Ogni società tecnologica vive dentro una contraddizione: ha bisogno della scienza per progredire e, nello stesso tempo, deve imparare a governare i rischi prodotti dalla propria stessa capacità tecnologica».
L'apertura con il LENA
Il ciclo si è aperto lunedì 12 ottobre con Andrea Salvini, direttore del LENA, il Laboratorio Energia Nucleare Applicata dell'Università di Pavia, che gestisce un reattore nucleare di ricerca, il TRIGA Mark II operativo dal 1965, e un ciclotrone per la produzione di radioisotopi. L'incontro era dedicato al nucleare, alla sostenibilità energetica, alle applicazioni scientifiche e agli effetti della radioattività, attraverso l'esperienza del laboratorio pavese.
