Dritto e Rovescio

Vento in poppa, verso un magnifico futuro

Sul crinale dell'anno vecchio che ci lascia e del nuovo che avanza c'è sempre la solita ossessione. Cercare il sentiero migliore da percorrere. Un po' di anni sulle spalle dovrebbero insegnarci, invece, che il sentiero migliore da percorrere non c'è. Nel senso che non esiste proprio un sentiero già definito. Tantomeno lo si può intravedere, già tracciato, in qualche prefigurazione di futuro. Capace di incastrare, come in un perfetto meccanismo ad orologeria avviato da qualche demiurgo, i macro-accadimenti del mondo e dell'universo. Nonché quei coriandoli di destino dove sono annotati i copioni delle nostre vite.

Tutto in realtà è più semplice.

Il sentiero della vita si rivela solo nel suo farsi, passo dopo passo. E il suo tracciato, per quanti sforzi vi possiamo buttare dentro, e piani e previsioni vi possiamo dedicare, seguirà un corso che si sottrae, il più delle volte, al nostro volere.

Dunque, anche in vista del capodanno, meglio astenersi da cervellotiche e ossessive pianificazioni. Dall'assillo di annunci predittivi. Da pressanti e sterili interrogazioni sul futuro.

Meglio saper stare nel presente rivestendo i propri pensieri di semplicità. I propri gesti di veridicità, rispettosa di sé e dell'altro in ogni momento. Così si potrà affrontare ogni realtà - anche la più difficile, dura e dolorosa - in modo costruttivo, fattivo e fiducioso.

Questo l'augurio più fecondo che ci possiamo fare nell'attraversare il tempo che ci è dato.

Senza finire ostaggi di pre-occupazioni che ci distolgono dall'essenziale. Da timori che ci dirottano dal senso vero dello stare al mondo: quello di diventare, ciascuno a modo suo, la creatura unica e irripetibile che potrebbe essere. Con gioia e abbandono.

Certo, la gioia, di questi tempi, non è un esercizio facile. Hugo von Hofmannsthal, un grande spirito del Novecento, già lo aveva ben capito un secolo fa. Nel suo "Buch der Freunde" ("il libro degli amici") aveva scritto: "Lo gioia richiede più abbandono, più coraggio che non il dolore. Abbandonarsi alla gioia significa sfidare il buio, l'ignoto".

Forse anche per questo le generazioni passate, nonostante non conosceressero il nostro benessere e le nostre sicurezze, parevano meglio assaporare il gusto più autentico del vivere.

Forse, nel loro agire non solo esercitavano il coraggio della gioia ma ben conoscevano anche l'arte di adattarsi. Non solo al proprio tempo ma, anche, alle condizioni più sfavorevoli che potevano abbattersi sul loro procedere. Sulle avversità che giungevano. Sui nemici che assediavano i loro giorni.

Forse la vera saggezza delle generazioni passate era proprio quella di rivoltare le avversità contro se stesse. Facendone - fiduciosamente - delle opportunità.

Del resto, contro avversità e nemici, un maestro di spiritualità come Jean-Pierre de Caussade (1675-1751) consigliava di "...oppore nient'altro che un semplice abbandono: è come avere il vento in poppa. Si può stare tranquilli. I nostri nemici sono galeotti che ci conducono remando a tutta forza in un porto sicuro. La semplicità elude mirabilmente tutti gli inganni senza conoscerli, senza nemmeno pensarci. Detta le decisioni giuste. E prende di sorpresa coloro che vogliono prenderla di sorpresa".

Trascrivo questi pensieri di saggezza e penso come sarebbe bello e paradossale poterli declinare qui e ora. Nel contesto attuale e locale.

L'idea ad esempio che, preso dal lato giusto, il lento e prolungato declino delle nostre città, dei nostri territori, potrebbe rappresentare la molla pronta finalmente a scattare. Il trampolino per irresistibili opportunità. Sperimentando altro modo di essere città, comunità, territorio. Facendo sbocciare, dall'humus presente, fiori nuovi. Ad esempio una classe dirigente degna del proprio ruolo, lungimirante e coraggiosa. Capace di remare, vento in poppa, verso un magnifico futuro.