
Dritto e Rovescio
Una Lombardia oltre le narrazioni fittizie
"Basta con le parole! Vogliamo i fatti..": quante volte abbiamo sentito, nelle manifestazioni che un tempo riempivano le piazze di folla, questa intimazione. Era scritta anche nei cartelli dei cortei, nei titoli dei giornali. Pervadeva il pensare delle persone che, calibrando tra la realtà che avevano sotto gli occhi e le promesse elargite in tempo di elezioni e poi svanite, constatavano quanta dismisura ci fosse tra il dire e il fare.
Sembravano tempi difficili per la verità.
Tuttavia, non avevamo capito quanta strada potesse ancora compiere, nel nostro Paese, la menzogna.
Così, quasi senza rendercene conto, siamo approdati al presente. Siamo giunti ad un regime di falsificazione quotidiana della realtà, di trasformazione del mondo concreto in narrazione fittizia.
Abbiamo vissuto esperienze recenti, collettive, quanto mai dolorose per tutti e, tuttavia, sembriamo già averle cancellate.
Impreparazioni e pressapochismi; persone sbagliate piazzate reiteratamente dove non dovevano stare; aziende e uffici regionali rivelatisi balbettanti e latitanti alla prima emergenza: tutto è emerso con la cristallina chiarezza dei fatti. E tutto, ma proprio tutto, in questa nostra Lombardia chiamata a decidere del prossimo governo della Regione, sembra già essere stato messo alle spalle. Completamente scordato.
Quindi? Se i fatti parlano e non li scorgiamo perché mimetizzati, nelle manchevolezze che potrebbero far emergere, da nuvole di propaganda, che fare? A chi credere? Da dove ricominciare?
La recente Giornata della Memoria ci ha insegnato che nel regno del male assoluto, i lager, le SS che ogni giorno tenevano il conto delle creature (anche donne, neonati, vecchi e malati) scaricate dai vagoni delle morte, avevano un'arma raffinata per accecare i loro occhi, per tacitare ciò che di umano permaneva nei loro cuori. Per difendersi dalla realtà di cui erano nefasti strumenti e artefici.
Quest'arma era il linguaggio. Ne avevano adottato uno, tutto loro, che faceva sì che, contando i deportati arrivati, parlassero di "stücke" , di "pezzi", consegnati, come se si trattasse non di esseri umani ma di pezzi in lavorazione in una catena di montaggio. Dentro la fabbrica della morte.
Ognuno di noi ha la responsabilità, usando bene ogni parola, non solo di vedere il mondo come è veridicamente ma, anche, di ricostruirlo. Di ripararlo laddove sono palesi le sue falle, le sue ingiustizie, gli ostacoli che frappone ad un vivere degno e dignitoso.
In questa nostra Lombardia basta essere stati, in tempi recenti, pazienti - pazienti, è la parola giusta - della nostra sanità regionale, in fuga dal territorio, in affanno nonostante il prodigarsi del personale, per comprendere come questo modello "aziendale" di sanità, di assistenza ai fragili, di accudimento degli anziani, sia fallimentare. Al servizio del profitto privato e non delle comunità.
Basta utilizzare, soprattutto nella nostra Provincia, i treni regionali per comprendere come la Regione Lombardia abbia "perso il treno", non ora, da due decenni almeno, sul fronte dell'adeguamento di un servizio essenziale. Si potrebbe continuare. Dalla formazione professionale alla tutela del paesaggio e dell'ambiente sino alle pari opportunità e alla cultura non c'è dossier degli ultimi governi regionali che possa aspirare alla sufficienza. Dopo quasi trent'anni di permanenza al potere è tutta un'architettura di comando che svela la sua penosa inadeguatezza. Basterebbe, ad ogni cittadino, andare oltre il velo della narrazione imperante, della propaganda, delle parole che fanno da schermo alla realtà, per trarne le dovute conseguenze. L'occasione c'è. A ognuno decidere se farne tesoro. O lasciare le cose come stanno.
