Dritto e Rovescio

Perché Natale dura per sempre

Natale, si sa, dura per sempre. Per saperlo, però, bisogna sentirlo. E per sentirlo occorre fermarsi. Sospendere il tempo. Rendere remoto e irrilevante ogni rumore che arriva dal mondo esteriore. Ogni parola detta o udita. Lo stesso pensiero sembra in attesa. Perché quel dono che si sta ricevendo, e che si chiama silenzio interiore, è fare esperienza di ciò che dura per sempre.

Ciascuno di noi, forse in anni lontani, in quella stagione meravigliosa che è l'infanzia, ha abitato dentro un tempo rivelatore. Dentro una notte d'inverno ha scoperto quale sciocchezza fosse pensare che col buio non si vede niente.

Perché, innanzitutto, si vede il buio. Basta darsi tempo, far abituare gli occhi, e anche il buio si fa amico. Rivela i segni del nostro umano abitare. Assieme a quell'infinito mondo di creature, grandi e piccole, che lo popolano. Forse ce lo siamo dimenticati ma, sin dall'inizio dell'avventurosa navigazione della Terra dentro l'universo, accanto a noi, in questo pianeta, mentre cala il buio e noi andiamo a dormire, ogni giorno "non meno di un terzo di tutti i vertebrati e circa i due terzi di tutte le altre creature dispiegano la loro piena attività: cacciando, nutrendosi, riproducendosi, trasformandosi, marcendo e rinascendo" (lo scrive lo scienziato svedese Johan Eklof, in "The Darkness Manifesto", in uscita il prossimo 14 febbraio).

Nel buio, poi, ci viene incontro il cielo stellato.

In anni in cui la scienza ci consente di scoprire l'esistenza di galassie remotissime e di catturare i segnali, emessi quindici miliardi di anni fa, dei primi balbettii dell'universo, buona parte dei nostri contemporanei non è più in grado di dare un nome alle stelle. Anche le più conosciute, che stanno sopra le nostre teste.

Sono seimila - stimano gli astronomi - le stelle e gli oggetti celesti visibili ad occhio nudo in una notte buia, non turbata dalla sempre più devastante invasione luminosa apportata dallo sviluppo metropolitano e produttivo.

Quando è stata l'ultima volta che abbiamo alzato lo sguardo al cielo e, nel buio, da soli o con qualcuno silenziosamente accanto, abbiamo cercato le stelle? E le abbiamo indicate a qualcuno che sta crescendo accanto a noi e che, se qualcuno non glielo insegnerà, non ne imparerà mai il nome? O, forse, ne farà la conoscenza, sì, ma attraverso lo schermo di un cellulare. Di un computer.

Il Natale, e la stella che nella nostra tradizione si è posata sulla grotta di Betlemme, durano in noi perché accostano ciò che è immensamente vasto, come il cielo stellato, e l'universo intero, allo sbocciare di una nuova creatura. Ovvero quanto di più fragile, indifeso, piccolo, si presenta a noi. Alla nostra capacità di attenzione, di protezione, di cura. Ma è uno sbocciare che, come ogni nascita, può mutare il mondo. Forse salvarlo.

Natale, anche in un mondo secolarizzato, laico, sordo alla vita spirituale, è incancellabile. Risuona ancora in noi. Mette a cospetto, in quel silenzio interiore che viene da lontano, anche dalla nostra infanzia, gli opposti. Ciò che è eterno e immenso e quanto è a misura della nostra finitezza.

In noi dialogano. Si toccano.

Rivelano - come scrisse Simone Weil - che "ogni vita è legata alla rotazione diurna del cielo e alle stagioni, altrimenti morirebbe". E, ogni vita, è legata alle altre vite . Non solo a chi ci nutre, ci cresce, ci protegge, ci ama. Ma, in ogni volto che incontriamo, può essere scritto un frammento del nostro destino. Un passo del nostro cammino.

Se questo lo avvertiamo in noi, allora sì, Natale diventa quel che deve essere: un giorno che dura per sempre. Lo intuisce Boris Pasternak in "Giorni unici", una delle sue ultime poesie.

Scrive "... le lancette sonnolente/ non hanno voglia di girare nel quadrante/ E il giorno dura più di un secolo/ se l'abbraccio non finisce mai".