
Dritto e Rovescio
Per chi suona la sconfitta in Lombardia: istruzioni per l'uso
Come si affronta una sconfitta? Tema attuale, di questi tempi. Questione degna di essere affrontata perlomeno da coloro, personalmente sono tra questi, che nelle recenti elezioni - politiche nazionali e regionali - si sono trovati dalla parte dei perdenti. Perdenti perché meno numerosi dei vincenti.
Quelli che, col loro voto, hanno dato il governo del Paese a Giorgia Meloni e riconsegnato il timone della Lombardia al governatore Fontana.
Promuovendo, quindi, quasi un trentennio di governo della nostra Regione. Tre decine di anni, e di scelte, che Michele Sasso ha descritto puntigliosamente nel recentissimo libro "Assalto alla Lombardia. Sanità, trasporti, ambiente: tutti i disastri di una classe politica, appena uscito da Laterza.
Il quadro che emerge da questa documentata analisi dei "disastri di Lombardia" è netto e univoco. Quando poi attraversa la vicenda della pandemia, e di come è stato affrontata da Palazzo Lombardia, il verdetto è inappellabile. Ciascuno di noi ha sperimentato di persona gli elementi che giustificano questa valutazione che, tuttavia, l'elettorato non ha condiviso. Infatti parte della maggioranza dei chiamati alle urne ha girato le spalle al voto mentre, da parte della maggioranza dei votanti, si è confermato lo status quo. Le alternative proposte dagli schieramenti che si sono riconosciuti nella candidatura di Pierfrancesco Majorino, su cui hanno puntato il PD, il Movimento 5 Stelle e altre forze alternative e voci ambientaliste, sono state bocciate in modo perentorio.
Si è perdenti , dunque, solo per una questione di numeri, di percentuali, di maggioranza e minoranza?
Non solo, non proprio.
Si è perdenti anche quando l'accadere delle cose sembra sottrarci uno spazio - di impegno, di comprensione, di responsabilità, di risposte soddisfacenti non date ma soprattutto di domande urgenti troppe volte rimosse - dove stare. Tanto che, perdendo, sembra "di poter stare solo dalla parte del torto" (B. Brecht, diario).
Sì, la sconfitta, a chi non la conosce, fa traballare certezze. Occorre la follia disincantata di Hamm, il personaggio di "Finale di partita" di Samuel Beckett, per continuare a rispondere, a chi ci chiede se crediamo nella vita futura, - "La mia lo è sempre stata...". Eppure col tempo si impara che, sia per le batoste incassate nella vita personale, sia per legnate prese nella nostra dimensione pubblica, qualunque sia la portata dell'insuccesso, questo non è mai l'esito definitivo. Mentre le cose accadono nel presente, un'altra storia è già in cammino. Altri scenari, altri vincitori e altri vinti si alterneranno su quel palcoscenico che è la vita.
Per i perdenti sarebbe il caso, anche qui in Lombardia, di non celebrare le solite liturgie di una politica che invece di far tesoro della sconfitta, di aprirsi alla sua profondità rivelatrice, di misurare il cammino di un'alternativa che sarà "molto lunga; ogni percorso di avvicinamento alla meta deve includere il punto più lontano; sempre il levante si buscherà per il ponente" (Italo Calvino), si affretta a girare pagina. Per collocare nuovi volti sugli scaffali dell'offerta elettorale. Per redigere nuovi programmi, con il solito linguaggio plasticoso. E' tempo di sconfitta: bisogna sforzarsi di conviverci proficuamente. Poiché far fronte ad uno scacco netto insegna un mucchio di cose. Mette in movimento energie e risorse che non si supponeva di avere. Fa guardare il mondo circostante, e anche se stessi, in modo muovo. A volta pare di abitare in un'altra realtà. E di essere addirittura non dentro la propria pelle ma in quella di un'altra creatura che con fatica e gemiti - "Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi", cfr. Paolo, Lettera ai Romani, 8,23 - sta venendo alla luce. Assieme alla storia nuova che verrà.
