
Dritto e Rovescio
Pavia e l'impossibile: altro che città "fetale" e depressa
A volte non solo accade l'improbabile. Succede anche l'impossibile, nella paradossale Pavia. Dove le cose sbagliate solitamente sono pianificate con cura e perseguite con luciferina e masochistica metodicità. Mentre, nelle scelte giuste, a Pavia spesso ci si inciampa, quasi per caso. O se ne benefica perché cadono da una provvidenziale congiunzione astrale.
Ad esempio quella che ha fatto sì che il Comune di Pavia, giunto quasi a fine mandato della giunta in carica, metta nero su bianco "l'obiettivo di rendere le biblioteche di quartiere un luogo di aggregazione per la comunità e un punto di riferimento per la diffusione della cultura e della lettura, oltre che uno spazio di intrattenimento per i cittadini".
D'accordo, un occhio più lungimirante avrebbe subito aggiunto, anzi premesso, a "quello spazio di intrattenimento" evocato nel comunicato, un cenno sulla biblioteca radicata nel territorio "come momento cruciale di ricostruzione dei legami sociali e di comunità".
Lo hanno scoperto, e lo stanno praticando ormai ovunque, che non c'è luogo più fecondo di scuole e asili, biblioteche e centri sportivi, nel creare e irrobustire vincoli di comunità. Basta guardarsi attorno, in questa nostra Lombardia, per vedere come le biblioteche di quartiere stiano riproponendosi tra le leve fondamentali di quel ritorno al territorio e alle comunità di cui, dopo lo sprofondamento imposto dal lockdowm, abbiamo tutti estremo bisogno. Soprattutto le generazioni più giovani e le categorie più fragili di cittadini.
Per carità, a Pavia rimane dolorosamente aperto il dossier del trasferimento della Biblioteca Comunale "Bonetta" alla nuova sede in Santa Clara, costosamente ristrutturata e dolorosamente in attesa del trasloco (e intanto lì tutto sta diventando obsoleto!).
Ma, una volta tanto, andiamo oltre.
Riconosciamo dunque quel che di positivo si è deliberato. Ovvero il fatto che il Comune di Pavia abbia varato il progetto "Biblioinsieme" coprogettato, con il supporto della Fondazione Banca del Monte di Lombardia, assieme a otto meritorie associazioni. Ognuna impegnata a far rivivere, in otto quartieri della città, altrettante biblioteche. Con le relative attività culturali e ricreative.
Che tutto questo sia accaduto mentre la poltrona dell'assessorato alla cultura è vacante da novembre la dice lunga sull'imprevedibilità pavese. Capace di fare del sindaco Fracassi, dislocato ad interim alla Cultura, il migliore degli assessori mancanti. Almeno in questa paradossale città che - anche rispetto alla vicina metropoli, col modello "Milano" in crisi - è chiamata a riflettere su cosa vuole essere. Ora e in futuro.
Sul tema - confronto tra "Modello Milano" e città di provincia (ovvero Pavia) - è intervenuto sulla stampa nazionale, nei giorni scorsi, un nostro concittadino. Capitato a vivere (e lavorare) tra noi "per un errore umano" (lo dice lui). Evidentemente scontento di questa scelta, la vive, da quel che scrive, in modo infelice. Lamenta infatti che la nostra sarà anche una "cittadina a misura d'uomo" sì, ma "d'uomo depresso". Rassegnato all'idea - aggiunge - che "lo stato ordinario dell'uomo consista nel rattrappimento, nel terrore del vasto e dell'ignoto". Insomma, precisa quasi da apprendista filosofo, questo è posto adatto se si ritiene che "la natura umana coincida con l'originaria posizione fetale". Un pigro rifugio per pavidi, insomma. Che criticano perché timorosi. E invidiosi. Di chi? Delle creature vitali e combattive che, a suo parere, popolano Milano e ne apprezzano le virtù che, a suo parere, sono davvero a "misura d'uomo". Quali "lo spendere, lo sprecare, il rischiare". Nutro fortissimi dubbi che il "Modello Milano" sia riassumibile così ma, comunque, su dove vada una comunità sintonizzata sullo
"spendere, sprecare, rischiare", parliamone. Anzi, lasciamo parlare i fatti.
