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I boschi in Oltrepo sono aumentati del 30%: «Ma li abbiamo lasciati senza manutenzione»
Avanzano, indisturbati. Da quando le città hanno richiamato allevatori e contadini dalle montagne e la plastica ha sostituito il legno e i paesi d'altura sono rimasti senza abitanti. I boschi sono da qualche decennio abbandonati a loro stessi. Accade in Oltrepo, ma è un trend di tutta la penisola. Eppure potrebbero dare lavoro, incrementare il turismo, fornire risorse preziose.
Di questo si discute giovedì 21 novembre alle 9.30 all'istituto agrario Gallini di Voghera, dove le associazioni “Progetto Voghera” e “Slow Food” hanno organizzato un convegno (nell’ambito della rassegna Le Forme dell’Anima) dedicato al tema, a cui parteciperanno Andrea Tantardini del servizio fitosanitario di Regione Lombardia, il responsabile dei parchi e delle riserve naturali della provincia di Pavia Paolo Losio e soprattutto Gabriele Sguazzini, direttore dei consorzi forestali della provincia. E' con lui che abbiamo parlato della situazione oltrepadana.
Direttore, i boschi avanzano in tutta Italia. Abbiamo dei dati a riguardo?
«L'ultimo dato a nostra disposizione, risalente a qualche tempo fa, ci dice che dal dopoguerra ad oggi sono triplicate le superfici a bosco e che dagli ultimi rilevamenti circa un terzo dei prati e dei pascoli dell’alta Valle Staffora, sempre dal dopoguerra ad oggi, sono stati abbandonati e sono destinati a diventare boschi (e in dieci anni la superficie boschiva è cresciuta del 2,1%, ndr). Sembra una buona notizia, ma di fatto non la è, perché a un aumento quantitativo non è seguito un aumento della qualità».
Cioè?
«Cioè quello che si è verificato è un abbandono culturale, non solo fisico. Una volta il bosco era un luogo vivo, frequentato quotidianamente dalle persone che vi si recavano per fare legna (utilizzata non solo per scaldarsi, ma per costruire qualunque cosa), per raccogliere le castagne, i funghi, i tartufi, le ghiande. Era un luogo importante per la comunità, e come tale veniva trattato. Oggi al bosco vengono richiesti altri servizi (come il sequestro di anidride carbonica, la produzione di biomassa per fini energetici e l'accoglienza ai turisti) ma la natura non ha certo agito in questo senso: ha seguito le sue logiche, non le nostre».
E' paradossale però: distruggiamo la foresta amazzonica per produrre carta ma lasciamo che i nostri boschi proliferino senza controllo.
«Esattamente. Ma non solo: siamo leader nel settore del mobile e importiamo la materia prima. Esportiamo vino ovunque ma costruiamo le botti col legno francese».
E quindi? Come si fa a cambiare le cose?
«Dal punto di vista burocratico ci stiamo muovendo, e oggi spiegherò come. Ma senza scendere in ambito politico-burocratico la soluzione è una sola: metterlo a reddito, come facevano i nostri nonni e come fanno ancora oggi in Trentino e in tutte quelle zone in cui il bosco non ha mai smesso di essere una risorsa. In parole semplici: se nel bosco si va a tagliare la legna, i sentieri dovranno rimanere puliti per consentire il carico. E se i sentieri rimangono puliti i turisti possono passeggiarci. E' uno dei tanti esempi che si possono fare, ma rende bene l'idea della catena virtuosa che oggi più che mai bisogna attivare se si vuole salvaguardare davvero questo splendido territorio». —
Serena Simula
